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L’Ati in Cassazione: “No alla censura dei siti pornografici”

L’Agenzia Tunisina di Internet (Ati) ha fatto ricorso in Cassazione per annullare la sentenza della Corte di appello di Tunisi -dello scorso 26 maggio- che imponeva il blocco dei siti pornografici perché minacciano l’integrità morale dei minori e non sono conformi ai valori religiosi tunisini.  L’Ati, l’agenzia preposta al controllo,  ha già detto che cercherà di convincere la Corte che la censura non è la soluzione è che esiste un’alternativa. Il presidente dell’Ati, Moez Chakchouk, ha detto che verrà proposto un blocco che agisce direttamente sul sistema operativo e gestibile dall’utente così da sollevare dall’incarico di ‘filtraggio’ i cinque fornitori dei servizi internet (Globalnet, Hexabyte, Orange Tunisie, Topnet, Tunet) che temono possa rallentare il traffico e quindi la qualità dei servizi.

Il nuovo presidente tunisino, Moncef Marzouki, in un’ intervista pubblicata su Youtube, ha parlato dell’esigenza di porre dei limiti alla libertà di espressione: “misure che non devono fare da apripista alla censura e che devono essere condivise perché necessarie”. Ma in un’altra intervista, in piena campagna elettorale, Marzouki si era detto favorevole alla libertà di espressione di cui condivideva anche gli aspetti più negativi e aveva detto di essere contro la censura e il controllo della rete. Un bel cambio di passo per il nuovo presidente tunisino che in pochi mesi sembra voglia ripercorrere la stessa strada del regime precedente. Il governo di Ben Ali investiva circa 600mila euro ogni anno per il ‘filtraggio’del web e aveva affidato  alla Microsoft il compito di formare gli ufficiali di governo e i dirigenti dei ministeri della Giustizia e dell’Interno sulla sorveglianza della rete, con particolare attenzione al mondo dei social. Vero è che dopo la caduta del regime è stato possibile accedere liberamente a Youtube, Twitter e Myspace, ma la piattaforma utilizzata dal governo per bloccare i siti esiste ancora. Secondo un rapporto di OpenNet, gli strumenti di ‘filtraggio’ come Websense, SmartFilter –che è quello usato dal governo tunisino- e Netsweeper, rendono più facile la censura da parte dei governi perché non blocca individualmente gli indirizzi url, ma le intere categorie.

Anche l’organizzazione Reporter Senza Frontiere (Rsf) aveva detto di essere “preoccupata per il ritorno a pratiche dell’era Ben Ali” e teme che il blocco non sia che il preludio della censura di altri tipi di contenuti. Ha inoltre ricordato che il filtraggio dei contenuti online è in netta contraddizione con la neutralità della rete e con la libertà di espressione sostenuta in campagna elettorale dai diversi schieramenti politici tunisini.

Barbara Alvino

Questo articolo puoi trovarlo anche su Dgtvonline

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  1. pat
    6 febbraio 2012 alle 17:43

    Punto e a capo. Si ricomincia. Ma i morti, le rivolte non servono a nulla?!

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