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Archive for the ‘Cyber attivismo’ Category

Marocco. Studenti in piazza per riforma sistema universitario

12 agosto 2012 1 commento

Video per il lancio della campagna

Un gruppo di studenti marocchini ha lanciato una campagna per chiedere al governo, guidato da Muhammad VI, l’ apertura del dibattito sulle riforme del sistema universitario. Uniti dal nome “l’Unione di studenti marocchini per il cambiamento del sistema dell’istruzione” (in francese UECSE), i giovani hanno guadagnato consensi e sostegno attraverso la pagina Facebook che, in meno di un mese, ha raggiunto oltre 10mila fan e l’attenzione dei media internazionali.

Attraverso i social, il 6 agosto 2012 l’unione degli studenti marocchini ha organizzato una manifestazione che ha portato in piazza centinaia di sostenitori; “l’intento è di incoraggiare la società civile a partecipare e di invitare l’elite politica marocchina ad aprire un dibattito nazionale sulle riforme del sistema dell’istruzione”, questi gli obiettivi annunciati in un video dai giovani manifestanti. La protesta è stata organizzata proprio in concomitanza con l’annuncio del governo marocchino di voler avviare riforme nell’Università pubblica. Gli studenti marocchini hanno colto l’occasione per denunciare, oltre la carenza delle infrastrutture, la fragilità del sistema dell’istruzione attuale che andrebbe riformato dalle base.

Inoltre, i giovani hanno manifestato contro la decisione de Grand Ecole di rendere più difficili i già complessi test di ammissione universitari. “Sono misure che disincentivano gli studenti marocchini a proseguire gli studi”, commenta un giovane nel video di lancio della campagna. Tra gli slogan dei manifestanti, corruzione, favoritismi, carenza delle infrastrutture e rigidi test di ammissione universitari.

La manifestazione è proseguita pacificamente e gli studenti hanno promesso di continuare a scendere in piazza finché le loro richieste non saranno accolte. La protesta è dilagata anche sui social network e su twitter si sprecano i post in sostegno della campagna.

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BA

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Egitto. In piazza contro la violenza sulle donne

5 luglio 2012 1 commento

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Egitto. In piazza contro la violenza sulle donne

Le egiziane non possono più stare a guardare e con la manifestazione di ieri hanno voluto dire basta alle molestie sessuali sulle donne. Uniti dal grido “quando è troppo, è troppo” i manifestanti sono scesi in piazza perché, hanno detto, “la violenza femminile un problema troppo grande per essere ignorato ed è una piaga sociale”. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata l’aggressione a piazza Tahrir subita da una giornalista Natasha Smith che, giunta nella piazza simbolo della rivoluzione egiziana per prendere parte ai festeggiamenti per il neo-eletto presidente Mohamed Morsi, è stata aggredita e molestata. Aveva denunciato l’accaduto sul suo blog con un post dal titolo ‘Please God. Please make it stop’: “Centinaia di persone mi tiravano da una parte all’altra. Mi graffiavano e mi stringevano il petto e infilavano le loro dita ovunque.. Le donne piangevano e mi dicevano che non era questo l’Egitto, non era questo l’Islam. Le ho rassicurate dicendo loro che amo il loro Paese, la cultura, il popolo e la natura pacifica e moderata dell’Islam..”.

Soltanto a febbraio dell’anno scorso, durante i festeggiamenti per la caduta del presidente Hosni Mubarak, un’altra giornalista, Lara Logan, fu molestata. L’accaduto attirò l’attenzione dei media internazionali e di tutta la blogosfera e -così come avvenuto anche con l’ultima aggressione di Natasha Smith- l’ira di chi combatte ogni giorno per far sì che la propria società islamica si evolva e che non sia sinonimo di arretratezza e di misoginia. Recentemente, proprio una manifestazione organizzata per denunciare il problema degli abusi sulle donne è terminata con un’aggressione di massa ai manifestanti. Secondo alcune ONG che si battono per i diritti umani in Egitto, l’aumento delle molestie sessuali servono da deterrente per intimidire le donne e limitare la loro partecipazione alla vita pubblica.

BA

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Collettivo Latrones -Si indigneranno? Per ora dormono

24 maggio 2012 2 commenti

Sul sito del Collettivo Latrones è partito il conto alla rovescia. Iscriviti alla newsletter e passaparola. Segui Collettivo Latrones anche su Twitter e Facebook

Il Collettivo Latrones -un gruppo di grafici, designer, scrittori, fotografi e giornalisti- tenta di risvegliare le coscienze in una terra addormentata.

Dal febbraio 2010 il Collettivo Latrones raggruppa grafici, fotografi e scrittori originari di Terra di Lavoro. Il Collettivo si occupa di tematiche ad alto impatto sociale e tenta di rappresentare la complessa realtà di una provincia del Sud Italia – paradigmatica dello stato di degrado di un intero paese – puntando su una comunicazione visiva diretta e immediata. L’obiettivo è diffondere conoscenza per risvegliare le coscienze.

Since February 2010, the Collettivo Latrones has been assembling graphic designers, photographers and narrators born in Southern Italy – mostly from Caserta and Naples. Collettivo uses direct visual media to depict the harsh reality of living in the provinces of Southern Italy, which are representative of the state of decay of the entire country. Using photographs, images, and “graphic journalism”, they raise awareness about Italian social problems worldwide.

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Categorie:Altro, Cyber attivismo

Giordania. No legge 308: “Sposa il tuo stupratore per salvarlo dalla pena di morte”

Era marzo di quest’anno quando Amina Fali, una marocchina di 16 anni, si è suicidata dopo essere stata costretta dalla famiglia a sposare il suo violentatore. Dopo l’appello lanciato online dalle donne marocchine con lo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica e di coinvolgere tutte coloro che subiscono gli stessi abusi, i cittadini giordani si sono uniti in un coro di protesta. L’ultimo è il caso di una giovane 15enne costretta dalla famiglia a sposare il suo stupratore , salvandolo così dalla pena di morte. E’ la legge 308 del codice penale giordano a consentirlo: “Se lo stupratore accetta di sposare la sua vittima, è salvo”. Una violazione dei diritti umani che rischia di riportare indietro di secoli il paese, consentendo agli stupratori di farla franca e di continuare ad abusare delle loro vittime anche durante il matrimonio.

Con l’hashtag #جريمة308 (#Crime308) gli utenti Twitter e Facebook, giordani e non, hanno dato il via alla campagna di sensibilizzazione nel tentativo di portare il caso a conoscenza della comunità internazionale e di guadagnare consensi per l’abrogazione della legge attraverso il raggiungimento di 20mila firme. Con la petizione, i cittadini giordani chiedono che il reato di stupro sia esteso anche agli uomini che subiscono violenza e che siano punite tutte quelle forme che un atto sessuale imposto può avere. I sostenitori della campagna #Crime308 hanno scritto in homepage: “Ci opponiamo a una normativa che prevede una riduzione di pena per i criminali e legalizza il disinteresse verso i diritti delle vittime e della società stessa”.

Per @abdashhab: il crimine 308 è “l’arte di distruggere l’onore e il futuro di una donna, così come la dignità della sua famiglia. Si inizia con il calpestare la società e si finisce con il liberare il criminale”. Anche il direttore esecutivo del Centro giordano per il Gratuito Patrocinio, -dietro l’account @hadilaziz– ha scritto: “Non lasceremo che le vittime siano punite e gli stupratori siano liberi. Cambieremo il codice penale”;@Raffoul ha scritto: “la 308 affronta i problemi del dopo-stupro, cominciamo a prevenire questo atto inasprendo le pene”.

La campagna contro l’articolo 308 è riuscita in poco tempo ad attirare l’attenzione dei media e a raccogliere oltre 2mila firme. C’è ancora tanto da fare e in rete c’è chi invoca l’intervento della regina Rania, da sempre attiva nel sociale, ma forse più vicina ai problemi del resto del mondo che del suo paese.

Barbara Alvino

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Campagna #nodrone in Yemen

Non si ferma l’offensiva dell’esercito yemenita supportato dai droni Usa, gli aerei senza pilota, contro i miliziani di al Qaeda. Soltanto ieri sono morte 16 persone nella provincia di Abiyan, nel sudde llo Yemen, portando a trenta gli strike che negli ultimi tre anni hanno fattocirca 250 morti. Per alcuni attivisti  locali, questa ‘guerra dei droni’ è inutile perché alimenta il terrorismo e l’estremismo e fa strage di innocenti.

Era questo il motivo per cui l’amministrazione Obama, contraria all’implementazione di regole più blande nella gestione degli attacchi aerei, aveva chiesto alla Cia di limitarsi ad assassinare i militantiche minacciano di portare a termine attentati terroristici in territorio americano. La nuova strategia messa a punto dal direttore della Cia, DavidePetraeus, e parzialmente accolta da Obama, prevede la possibilità per i droni di colpire presunti militanti islamici di cui gli Usa non conoscono neanche l’identità, come già avviene nelle aree tribali del Pakistan.

Di recente Jeremy Scahill, giornalista investigativostatunitense, ha criticato l’uso degli aerei senza pilota in Yemen, Pakistan e in Somalia e in un documentario trasmesso da al Jazeera -America’s DangerousGame- ha chiesto agli Usa se, con le loro azioni, stavano creando più nemici diquanti ne uccidessero. Secondo l’ex ambasciatrice americana a Sana’a, Barbara Bodine, sull’uso dei droni Usa in Yemen non si registra una reazione così negativacome quella registrata in Pakistan”. Ma è evidente che alla diplomatic aamericana è sfuggito qualcosa.

Il 13 maggio –giorno in cui il consulenteantiterrorismo dell’amministrazione Obama, John O. Brennan, ha incontrato il presidente yemenita Abdu Rabbu Mansour Hadi- è stata lanciata una campagna su Twitter per condannare la guerra dei droni in Yemen. Scrivono con l’hashtag #nodrones ehanno chiesto a tutta la comunità internazionale e agli utenti dellablogosphera di sostenere la loro campagna. Un grido di aiuto arriva da @A4Mai chescrive: “Fermati un momento e grida con noi: No alla legge della giungla, noagli omicidi senza processo, no alla morte di civili innocenti”. E ancora, rivolgendosi direttamente a Brennan: “Togli le tue mani dallo Yemen, leva ituoi droni dal nostro cielo. Cittadini yemeniti”; e infine: “Caro Brennan, latua politica è stata un fallimento in Pakistan, perché sperimentarla in Yemen?”.Altri cittadini yemeniti dicono di essere contro il terrorismo “ma la guerradei droni lo alimenta”. Così scrive @WomanfromYemen: “Sono contro il terrorismo,l’estremismo e i droni. E’ tutto contro produttivo e alimenta l’estremismo” eancora: “Stiamo dicendo che non vogliamo droni né presenza militare in Yemen. Idroni non sradicando i miliziani, anzi ne intensificano la presenza!”. Anche una giornalista francese Benjamin Wiacek, di base in Yemen, ha confermato che id roni creano maggiori estremismi e risentimenti e non migliorano affatto la situazione.

Il rischio in tutta questa storia èche gli Stati Uniti finiscano per prendere parte a una guerra civile, ovviamente dalla parte del governo. I presunti terroristi sono guerriglieriarmati che si battono contro il governo centrale e che non necessariamente fannoparte di gruppi integralisti. Tuttavia tutti questi miliziani sono consideratidagli Stati Uniti un pericolo per la sicurezza nazionale americana anche se il loro obiettivo è più il governo yemenita che quello statunitense.

Barbara Alvino

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Iran. Fumettista salvato dalle frustate

La campagna dei fumettisti iraniani è stata un successo. I disegnatori persiani si erano schierati con Mahmoud Shokraye colpevole di aver pubblicato -sul giornale Amir Nameh– la caricatura di un ex esponente del Parlamento iraniano, Ahmad Lotfi Ashtyani.  Il fumettista era stato condannato a 25 frustrate, ma l’eco internazionale del caso ha convinto il conservatore Ashtyani a ritirare la denuncia.

In supporto a Shokraye, centinaia di fumettisti avevano pubblicato vignette sulla vicenda. Mana Neyestani, famosa disegnatrice iraniana, anche lei vittima della censure del regime di Mahmoud Ahmadinejad, aveva pubblicato su Mardomak.org una vignetta che ritraeva un brutale Lotfi Ashtyani che schiaccia con il piede Shokraye, mentre impugna ancora una matita. Vahid Nikgo invece ha scelto di ritrarre il politico iraniano che davanti allo specchio parla con la sua immagine riflessa: “Quando ti porterò davanti alla corte e sarai condannato alle frustrate, imparerai che non devi mostrarmi così”.

Barbara Alvino

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Libano. Studenti e blogger contro l’omofobia

10 maggio 2012 1 commento

E’ stato il contenuto xenofobo dell’articolo pubblicato da Mohamad Sibai sul giornale dell’Università americana di Beirut a suscitare scalpore tra gli studenti libanesi e la comunità della rete. “Ciò che non vogliamo è che il Libano passi per un paese che odia gli omosessuali”, ha scritto un giovane blogger. Nell’articolo “Please me at any price” pubblicato su Outlook Newspaper, Sibai racconta di essere stato disturbato  dalla visione di due giovani gay che si tenevano la mano mentre passeggiavano per Hamra. Un pensiero, così terribile, che lo ha accompagnato per tutto il giorno, “se questa è la secolarizzazione cui il Libano aspira…non deve essere una così buona idea”.

Sono passate poche ore dalla pubblicazione dell’articolo che la reazione degli studenti prima -e dei blogger dopo- ha reso necessarie le scuse da parte di  LGBT Media Monitor che ha chiesto alla comunità internet di intervenire, postando  commenti in risposta all’articolo xenofobo direttamente sulla loro pagina. Tra i cybernauti indignati che accusano l’autore dell’articolo di essere infantile e di occuparsi di problemi inesistenti, Elie Wafi ha scritto: “Con tutti i problemi che ha il nostro paese ti preoccupi di due gay che camminano tenendosi per mano. Ti impediscono forse di camminare, di andare a lavoro, di mangiare o di passare una serata con gli amici?”. Antoine Atallah se la prende con il giornale -complice a suo avviso di un tributo all’omofobia- ma difende la libertà di espressione. Tuttavia riflette: “la nostra libertà termina lì dove inizia quella altrui e insultare, stigmatizzare una parte importante della nostra società non può essere considerata libertà”.

Più che l’articolo in sé è interessante notare il sostegno dei giovani libanesi alla comunità gay libanese. Tanti sono stati i ringraziamenti che l’autore dell’articolo ha ricevuto pubblicamente: “Grazie a te ora sappiamo che tanta gente ci supporta”. Spiazzante invece il silenzio dei media libanesi. Solo al Akhbar ha approfondito l’argomento e ha pubblicato un intervista a un attivista per i diritti omosessuali.

Barbara Alvino

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