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Yemen. Il 90% delle donne subisce violenza

8 maggio 2012 1 commento

Ancora una volta le donne sono protagoniste di una mobilitazione sul web. In barba a chi le dà per spacciate, vittime delle loro tradizioni e religioni, le donne arabe alzano la voce. Dopo le polemiche di qualche settimana fa per l’articolo di Mona Eltahawy, giornalista egiziana che aveva scritto sul Foreign Police: “Perché gli arabi odiano le donne?”, oggi a suscitare nuove polemiche è un articolo del quotidiano al Hayat.

Secondo il giornale panarabo il 90% delle yemenite ha subito molestie sessuali e il campo di battaglia è ancora una volta twitter e a colpi di cinguettii gli utenti ammettono l’esistenza del problema, ma non con una percentuale così alta come riportato dal giornalista autore dell’articolo, Ali Salim.

C’è @almuraisy che chiama al boicottaggio contro il giornale e  proponendo di discuterne con l’hashtag  #alhayatfail  indirizza un post al direttore del giornale, Jameel Theyabi : “Tutte le persone intelligenti sanno che il 90% è una percentuale inaccettabile anche per la più decadente delle società liberali.. “E ancora @im_abeer: “Fino a quando le yemenite saranno vittime di articoli infondati e sleali?….Non posso condividere la percentuale di violenza riportata nell’articolo. Si, le molestie verbali ci sono, ma non l’hanno subita il 90% delle yemenite”.

Molti anche i sostenitori. @MiSo0o0o0o dice:” Sfido qualunque uomo che contesta questo articolo a camminare per il suq o andare
all’Università, con il volto coperto e con indosso un abaya… solo dopo aver fatto questo può discutere di questa percentuale”. Ma c’è anche chi avanza proposte, come @NajlaAlhamad: “1. Cambiare la bassa considerazione che l’intera società ha delle donne; 2. Proporre leggi che fungano da deterrente per i molestatori 3. Proporre norme che proteggono le donne e tutelano la loro dignità”.

Il problema della violenza sulle donne non è certamente un problema recente. L’anno scorso Ghaidaa Motahar, blogger e attivista per i diritti umani, ha lanciato una campagna contro le molestie sessuali sulle donne nominata Safe Streets (vedi anche pagina Facebook).  Il video della campagna postato su youtube circa 5 mesi fa non ha riscosso un gran successo e conta finora circa 4mila visite, ma l’idea di sensibilizzare la comunità su un tema così complesso ha incontrato il favore delle donne yemenite.  L’utente twitter, @m_alnehmi, ha scritto: “Anche se la percentuale fosse appena del 10% tutti dovrebbero sostenere la campagna di Safe Street per fermare i molestatori”.

Il giornale al Hayat comunque si è scusato per l’alta percentuale attribuita alle vittime di molestie, ma spiega di aver rapportato i dati di uno studio regionale, su scala nazionale. Comunque il popolo della rete su una cosa è d’accordo: al di là delle percentuali il problema deve essere conosciuto e affrontato, iniziando dall’incorporare i valori della famiglia e il rispetto delle donne nel sistema educativo. Inoltre, il mondo arabo femminile deve mobilitarsi per l’approvazione di leggi a tutela delle donne.

Soltanto qualche settimana al Arabiya aveva parlato di molestie sessuali subite da alcune donne nello Yemen meridionale da parte di Ansar al Sharia (letteralmente ‘Sostenitori della Sharia’), militanti di al Qaeda. Le donne che non indossavano il velo sono state accusate dai miliziani di essere empie e responsabili della loro eccitazione, quindi hanno abusato di loro. Un ragionamento da folli che stesso le donne yemenite hanno avuto il coraggio di denunciare sul web. “Il velo è una scelta personale, nessuno ce lo può imporre”, ha detto un’insegnante Anessa Abdelaalem. Il gruppo Ansar al Sharia è inoltre stato accusato dalle autorità locali di aver gettato dell’acido addosso ad alcune ragazze per essersi rifiutate di rispondere ad alcune loro domande”. A parte questi casi estremi, che purtroppo però sono ancora molto frequenti, la percentuale di donne che subiscono violenza sessuale è alta. E non parliamo soltanto dello Yemen. In Italia quasi  il 12% delle donne subisce violenza.

BARBARA ALVINO
Questo articolo puoi trovarlo anche su Wild Italy

Gli arabi odiano le donne? Secondo un’attivista egiziana, si!

Le donne arabe hanno abboccato all’amo. L’esca era l’articolo di Mona Eltahawy, giornalista egiziana e attivista per i diritti umani, pubblicato su Foreign Policy nell’edizione dedicata alla sessualità e intitolato  “Perché gli uomini ci odiano?”. Alla richiesta avanzata da Eltahawy ai lettori di ammettere che gli uomini nel mondo arabo odiano le donne e che ad alimentare le violenze sia un mix tossico di cultura e religione, si è acceso il dibattito su Twitter. Molti i messaggi di apprezzamento dell’articolo: @moniaahmed “brillante”; @TheRobinMorgan “La maggior parte degli uomini nelle società patriarcali odiano le donne. Siamo bellissime quando siamo arrabbiate. Hai il mio supporto”; @elledahoneymoon “Sono fiera della tua forza, del tuo coraggio e della tua saggezza”. Ma molti altri quelli critici: @Thomas Sorlie “Se odi gli uomini come alcuni uomini odiano le donne, qual è la differenza? L’odio è odio. La maggior parte degli uomini in realtà amano”; @iranGBT “Mi ero chiesto quale fosse l’origine del tuo accento britannico. Ora lo so. Te l’ha dato la regina! Colonialista!”

Anche la scelta dell’immagine che accompagna l’articolo ha destato polemiche. Una donna nuda
dipinta di  nero, come a riproporre il burqa che lascia scoperti solo gli occhi, ha suscitato l’indignazione di alcune giornaliste arabe. La copertina “degrada e insulta ogni donna che indossi o abbia indossato il niqab.. e riduce a oggetto esotico e misterioso le donne arabe”, ha scritto Sama Errazouki che ha accusato Mona Eltahawy di non parlare a nome delle donne arabe. Anche la giornalista Nesrine Malik ha criticato l’autrice dell’articolo per aver ridotto il problema dell’odio contro le donne a una questione di genere: “Se le manifestanti egiziane arrestate sono state sottoposte a test di verginità, i loro compagni maschi sono stati sodomizzati”.

Per la maggior parte delle donne che sono intervenute nel dibattito, l’articolo di Mona Eltahawy è per lo più un appello ai lettori occidentali chiamati a salvare le donne arabe ridotte allo stereotipo “velo e imene”. Leila Ahmed, scrittrice e docente ad Harvard, fa presente che molte delle donne che hanno combattuto per i diritti umani al fianco degli uomini indossavano il velo come impegno verso l’Islam e che le “femministe di ogni religione hanno sempre dibattuto fieramente sulle ragioni chiave dell’oppressione delle donne”. Non resta che capire se il problema sia il razzismo, l’imperialismo, l’oppressione di classe, l’ignoranza o un mix di tutte queste ragioni?

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Barbara Alvino

Cie, accesso negato ai giornalisti e alle Ong

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Bahrein e il Gran Premio insanguinato

8 aprile 2012 1 commento

Che la maggior parte dei movimenti di protesta sfruttino la rete per raggiungere la comunità internazionale è noto, ciò che ora è una certezza è che se la mobilitazione è motivata, ben organizzata e portata avanti ad oltranza, il paese rischia l’isolamento. E’ ciò che sta accadendo in Bahrein dove, da più di un anno, alcuni manifestanti, supportati da centinaia di utenti Twitter, protestano contro la violazione dei diritti umani del regime di   tentando di bloccare il Gran Premio di Formula 1, previsto per il 22 aprile. Per Bernard Charles Eccleston, imprenditore britannico che ha trasformato la Formula 1 in un’entità commerciale altamente redditizia e direttore esecutivo della Formula One Management, la gara si svolgerà regolarmente. Stessa considerazione anche per lo sceicco Al-Khalifa, membro del Consiglio Fia e organizzatore del Gp, che ha aggiunto: “Non esistono garanzie assolute, neppure a Silverston”.

Nonostante la volontà del governo di Manama, capitale del Bahrein, di assicurare il corretto svolgimento dell’evento sportivo, i manifestanti hanno giurato che non si fermeranno e che faranno di tutto per impedire il Gp. Qualcosa di definitivo si saprà solo dopo la gara di Shangai, una settimana prima del Gp Bahrein.

In questi ultimi giorni scontri tra studenti sciiti e sunniti hanno avuto luogo proprio davanti all’università di Manama, vicino al circuito Shakir, e alcuni di loro indossavano la maglia della Ferrari. Gli utenti Twitter hanno scelto un hashtag solidale a Abdullhadi Khawaja, un attivista politico dell’opposizione, condannato all’ergastolo per aver tentato di rovesciare il regime. Ed è proprio dal suo account Twitter che è stato lanciato l’hashtag #BloodyF1 e #noF1 e in poche ore è diventato il tag più diffuso tra gli utenti del social network in Bahrein. L’utente @asoolalsayed ha detto: “Non supporto il #bloodyF1 perché manda un messaggio sbagliato. Non è tutto ok in Bahrein e la gente soffre quotidianamente” e ancora @Romi14feb: “non avremo mai abbastanza attenzione dei media e se supportate il Gp state mancando di rispetto ai nostri martiri e ai prigionieri”. Altri utenti hanno postato foto di scontri tra polizia e manifestanti per denunciare gli abusi di violenza da parte delle forze dell’ordine. E’ da quando sono iniziate le proteste contro la monarchia sunnita degli al Khalifa che i manifestanti chiedono la cancellazione dell’evento e già l’anno scorso la gara era stata annullata.

Nonostante le promesse del re di riportare la città alla normalità, la situazione è peggiorata. Gli scontri in Bahrein erano iniziati più di un anno fa e a un’iniziale compattezza con i sunniti nell’invocare riforme politiche, è seguita una connotazione più religiosa della protesta che ha visto in prima linea la comunità sciita, maggioritaria nel paese governato dalla dinastia sunnita al Khalifa. Gli sciiti accusano la casa reale di discriminazione e di voler rovesciare la composizione demografica attraverso la concessione della cittadinanza agli immigrati sunniti.

Barbara Alvino

Questo articolo puoi anche trovarlo su Dgtvonline

Marocco. Offendere Dio è possibile, ma criticare il re no

16 febbraio 2012 Lascia un commento

I cyber attivisti marocchini si mobilitano in difesa della libertà di espressione dopo l’arresto di Abdelsamad Haydour, studente di Taza,  che ha osato criticare re Muhammad VI e il suo staff in un video postato su Youtube. Il giovane 24enne è stato condannato a tre anni di carcere e al pagamento di una multa di 1.200 dollari perché, secondo il giornale di Stato ‘Map’, avrebbe ‘leso i valori sacri della nazione’. Ma per il giornale online Bladi.net e l’Associazione marocchina dei diritti umani (AMDH) le cose stanno diversamente. La libertà di espressione, pensiero e opinione è un diritto sancito dalla Costituzione e pertanto il giovane non ha commesso alcun reato e, inoltre, il processo si sarebbe svolto in modo irregolare: all’imputato non è stata concessa l’assistenza legale prevista dalla legislazione marocchina.

Blogger e utenti della rete si sono detti pronti a difendere la libertà di espressione e hanno dedicato centinaia di tweets all’argomento. @Basta: “In Marocco offendere Dio non comporta l’arresto, ma diffamare il re si!”; @Burrito_SB ha scritto: “Quante persone dovranno essere ancora arrestate solo perché esprimono la loro opinione? E’ chiaro che in Marocco niente è cambiato”. Una situazione che peggiora di giorno in giorno ricorda  @Charquauoia: “Dopo la nuova Costituzione non so più quante persone sono state arrestate per aver espresso le loro idee”.

Il Marocco è sì un’economia in crescita, ma ha un tasso di disoccupazione pari al 9,8% (Dati Indexmundi) e sono soprattutto i laureati a rimanere inoccupati. Soltanto un mese fa alcuni studenti avevano occupato per alcune settimane un edificio dell’Università di Rabat e quattro di questi si erano dati fuoco sotto lo sguardo della folla (Video). Uno di loro morì.

Prigionieri palestinesi in sciopero della fame

28 settembre 2011 Lascia un commento

28 settembre 2011

Foto: freegazaorg

(NTNN) – I prigionieri del Fronte popolare di liberazione della Palestina (Fplp), hanno iniziato uno sciopero della fame per protestare contro il regime di isolamento cui è sottoposto il loro leader, Ahmed Sa’dat, assieme ad altri 20 prigionieri detenuti nelle prigioni israeliane. Nei centri di detenzione di Raymon e Nafhaf, lo sciopero è stato annunciato in concomitanza con la visita del ministro per la Sicurezza nazionale di Israele, Yitzhak Aharonovich, che ha fatto sapere di non essere disposto ad accogliere le loro richieste. In risposta, i prigionieri  hanno assicurato che oltre al cibo, rifiuteranno di indossare le uniformi, di obbedire agli ordini delle guardie carcerarie e di presentarsi agli appelli. Nella prigione di Shatta i detenuti rifiuteranno di incontrare legali e parenti se portati ancora in sala visite con mani e piedi incatenati.

La protesta dei prigionieri palestinesi segue quella iniziata due giorni fa da Jamal ‘Abdel Salam Abu Hejah, leader di Hamas, che fu arrestato nel 2002 con l’accusa di aver guidato un’operazione militare in difesa del campo profughi di Jenin, che costò la vita a sette israeliani.  Alcune organizzazioni per i diritti umani hanno chiesto al governo di Benjamin Netanyahu di togliere Abu Hejah dall’isolamento carcerario che dura da quasi dieci anni.

Per Addameer, associazione per i diritti umani, sono circa 7.000 i detenuti nelle carceri israeliane e di questi almeno 500 sono in detenzione amministrativa. La misura cautelare, introdotta nel 1970 dall’Ordine Militare Israeliano, prevede che  un comandante militare, per ragioni di sicurezza, possa mantenere una persona in custodia senza limiti di tempo e senza imputazione. “Il provvedimento di detenzione amministrativa rappresenta una chiara violazione dei diritti fondamentali dei detenuti, inclusi il diritto alla difesa, a un equo e pubblico processo, e alla presunzione di innocenza”.

Il problema dei detenuti palestinesi nelle carceri israeliane è stato affrontato anche dal leader dell’Autorità Nazionale Palestinese, Mahmoud Abbas, che in occasione del discorso all’Assemblea generale dell’Onu sul riconoscimento dello Stato palestinese ha detto: “il rilascio dei prigionieri politici palestinesi detenuti in Israele è fondamentale per la pace tra i due Paesi”. (NTNN)

Le donne voteranno

27 settembre 2011 1 commento

(NTNN) – L’attesa per le donne saudite è finita ieri con la concessione del diritto di voto annunciato da re Abdullah, dopo mesi di campagne di sensibilizzazione e di iniziative provocatorie e il timore che la primavera araba arrivasse a Riad. Sebbene le saudite potranno votare e candidarsi soltanto dalle prossime elezioni amministrative, nel 2015, e non in quelle imminenti di giovedì, la decisione del monarca ha portata storica. Nel regno della Penisola arabica vige un islam conservatore e tradizionalista che sottopone le donne a rigide regole, limitandone le libertà di movimento e di espressione.

Il diritto di voto è l’inizio di un lungo cammino di emancipazione anche se su alcuni blog arabi si è ironizzato sul fatto che molti altri divieti, come quello di guidare, continueranno a condizionare la vita delle saudite: ‘Come vai a votare se non puoi guidare?’. Ma le attiviste per i diritti civili hanno comunque accolto con soddisfazione la decisione del monarca 86enne, presa in accordo con i massimi teologi del regno ma anche sotto la pressione internazionale. Stati Uniti e Gran Bretagna hanno spinto sull’alleato per maggiori aperture e per riforme che coinvolgessero le donne, anche loro nel timore che proteste simili a quelle in Tunisia, in Egitto e in Yemen, destabilizzino la regione.

Da tempo le saudite rivendicavano il diritto di votare e di candidarsi e negli ultimi mesi avevano sfidato i divieti tentando di registrarsi per le amministrative di giovedì prossimo, in cui sono candidati 5.000 uomini in 285 Comuni. Altre attiviste si erano messe al volante per chiedere di poter guidare e non dipendere più da parenti, tutori e autisti, e alcune di loro erano state fermate dalla polizia.

Il conquistato diritto di voto si inserisce comunque in un sistema di rappresentanza piuttosto limitato e recente, quello di una monarchia ereditaria assoluta che ha concesso il voto per la prima volta sei anni fa. Nel Paese non sono ammessi partiti politici e nei Consigli comunali la metà dei seggi è assegnata dal governo e l’altra metà è eletta, mentre i 150 esponenti dell’Assemblea consultiva (Majlis Ash-Shura) sono nominati dal re per quattro anni. (NTNN)

(S.G.)

Bahrein. 40 donne arrestate e picchiate dalla polizia

27 settembre 2011 Lascia un commento

(NTNN) – Almeno 40 donne, tra cui sette minorenni, sono state arrestate, maltrattate e picchiate dalle forze di sicurezza a Manama, la capitale del Bahrein, per aver partecipato alle manifestazioni contro le elezioni parlamentari suppletive di sabato. Lo ha reso noto un comunicato del Wefaq, partito sciita di opposizione, che  ha chiesto l’immediata scarcerazione e l’intervento delle organizzazioni internazionali per porre fine alle violazioni dei diritti umani nel Paese. Gli ulema della comunità sciita hanno organizzato un sit-in di protesta a piazza della Perla, epicentro degli scontri da metà marzo.

Le elezioni per l’assegnazione dei 14 seggi lasciati dai deputati del Wefaq, che a febbraio si dimisero per protestare contro la repressione delle manifestazioni antigovernative, hanno registrato una scarsa affluenza alle urne. Soltanto il 17,4 per cento degli aventi diritti al voto ha espresso la propria preferenza e per Ali Salman, leader del partito Wefaq, è la prova della delusione dei cittadini per l’inefficienza delle riforme politiche del regime di Hamad bin Isa al Khalifa.

La rivolta a piazza Perla, sedata dall’esercito con il sostegno di un contingente saudita-qatariota inviato dal Consiglio di cooperazione del Golfo (GCC), portò all’arresto indiscriminato di oppositori politici, di almeno 700 attivisti e di centinaia di lavoratori. Successivamente il governo di Manama aprì al dialogo con l’opposizione e  revocò lo stato di emergenza usato per rafforzare la repressione delle rivolte, ma a distanza di quattro mesi la violenza continua. (NTNN)

B.A.

Siria. Torturato Ali Ferzat, vignettista anti-regime

1 settembre 2011 Lascia un commento

(NTNN) – Ali Farzat, uno dei più famosi vignettisti del mondo arabo, è stato torturato e poi scaraventato fuori da un’auto in corsa nel tratto di strada che unisce l’aeroporto a Damasco. Sotto accusa sono le forze di Sicurezza siriane. Ali Farzat, famoso in Siria per la sua satira contro il governo, è stato sequestrato nella piazza antistante la moschea degli Omayyadi ed è stato picchiato duramente soprattutto sulle mani. Il disegnatore aveva pubblicato una serie di vignette molto critiche nei confronti della repressione del governo di Bashar al-Assad, fin dall’inizio delle proteste in Siria. Le caricature che hanno suscitato maggiore clamore sono due: nella prima il presidente siriano Bashar tenta, con una valigia in mano, di prendere un passaggio dal leader libico in fuga, Muhammar Gheddafi; la seconda mostra un Assad in uniforme di fronte allo specchio, con dietro un’ombra che sovrasta l’esile figura del presidente. Nei suoi lavori, quasi sempre senza didascalie, il vignettista  ha spesso condannato l’ipocrisia dei leader siriani e le ingiustizie che i popoli arabi subiscono quotidianamente.

Ali Farzat, nato nella città di Hama, collabora dall’età di quattordici anni con i principali giornali arabi: al-Ayyam, Tishreen e al-Thawra. Vincitore del premio internazionale di Grafica a Berlino nel 1980, è diventato un grafico di fama internazionale. L’esposizione a una mostra nel 1989 all’Istituto del Mondo Arabo in Francia gli costò una condanna a morte da Saddam Hussein e il divieto di ingresso in Giordania, Iraq e Libia. La vignetta in questione era “Il Generale e le decorazioni” che rappresentava un generale mentre distribuiva decorazioni militari al posto di cibo ai cittadini arabi affamati. Ali Farzat ha pubblicato oltre 15mila caricature ed è presidente dell’Associazione Fumettisti arabi.

Nella stessa giornata, la delegazione umanitaria dell’Onu è stata costretta ad abbandonare il Paese, su invito dello stesso presidente Bashar al Assad. Secondo Lynn Pordoe, vicesegretario generale della delegazione umanitaria delle Nazioni Unite, il presidente Assad non dice ancora nulla sulle violenze commesse contro i civili e continua a parlare solo degli attacchi armati contro l’esercito e la polizia. “La sua incapacità di imprimere un cambiamento nell’azione delle forze di sicurezza rende poco credibili i suoi annunci e la comunità internazionale resta scettica”. Intanto altri otto civili sono stati uccisi dalle forze di sicurezza in Siria la notte scorsa. L’ennesimo spargimento di sangue a opera dei militari e’ stato denunciato da fonti dell’opposizione, secondo cui la repressione si e’ scatenata in reazione alla marcia di ieri sera a Kisweh, zona sud di Damasco, dove vivono migliaia di profughi provenienti della alture del Golan. Secondo alcuni attivisti per i diritti umani, militari siriani sono presenti con carri armati nelle città di Shuhail e Deir el-Zour.(NTNN)

 

Marocco. Polemica sulla libertà di religione

24 agosto 2011 1 commento

(NTNN) – Nonostante la nuova costituzione e le riforme, il Marocco non è uno stato laico. L’avatar utilizzato da centinaia di utenti Facebook in questi giorni è lo slogan: “In Marocco mangiare uccide”. Il messaggio si riferisce all’incidente di due anni fa, quando sei marocchini furono arrestati per aver organizzato un pic nic durante il mese di Ramadan. L’azione di protesta era stata organizzata dal Movimento alternativo per la libertà individuale (Mali) per opporsi al divieto di consumare cibi negli spazi pubblici durante il mese sacro. Due anni e una Costituzione dopo, l’ordinamento giuridico marocchino ancora non garantisce libertà di religione ai suoi cittadini ed è ancora in vigore l’articolo 222 del codice penale che condanna da uno a sei anni chi rompe il digiuno in pubblico. I marocchini musulmani non professanti sono obbligati a rispettare il digiuno islamico in pubblico e tutti i servizi di ristorazione sono sospesi durante le ore del giorno, fatta eccezione per i turisti stranieri. I membri del Mali ritengono che per molti marocchini, l’Islam non sia una scelta personale di fede, ma un obbligo da rispettare in quanto membri di una comunità. Il Mali, attivo dal 2009, dal giorno dell’azione dimostrativa ha subito molte ritorsioni delle autorità e di membri del governo e molti suoi attivisti sono stati arrestati e minacciati. Secondo Ibtissame Lachgar, co-fondatrice del gruppo e attivista politica, lo scopo dell’azione dimostrativa di due anni fa non era mettere in discussione l’importanza del Ramadan per i musulmani, ma contestare le contraddizioni tra la legge marocchina e i trattati internazionali che questo Paese ha ratificato. “Non è possibile imporre ai marocchini in patria il rispetto delle regole e permettere a chi vive all’estero di sfuggire a queste restrizioni”.

Abdelillah Benkirane, leader del principale partito di opposizione, aveva condannato la richiesta di maggiore laicità nell’ordinamento giuridico marocchino poco prima che re Muhammad VI presentasse la nuova Costituzione. Secondo il leader politico, introdurre maggiore libertà religiosa nella nuova Carta è una minaccia per la natura islamica della società marocchina. Di fronte alla mobilitazione popolare ispirata dalle rivolte in Tunisia e in Egitto, re Mohammed VI aveva aperto alle riforme con il plauso delle tre principali forze politiche del Paese: il partito islamico Giustizia e Sviluppo; l’Unione socialista delle Forze popolari (Usfp); i conservatori dell’Istiqlal. (NTNN)

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