Archivio

Posts Tagged ‘futuro’

Yemen. Il 90% delle donne subisce violenza

8 maggio 2012 1 commento

Ancora una volta le donne sono protagoniste di una mobilitazione sul web. In barba a chi le dà per spacciate, vittime delle loro tradizioni e religioni, le donne arabe alzano la voce. Dopo le polemiche di qualche settimana fa per l’articolo di Mona Eltahawy, giornalista egiziana che aveva scritto sul Foreign Police: “Perché gli arabi odiano le donne?”, oggi a suscitare nuove polemiche è un articolo del quotidiano al Hayat.

Secondo il giornale panarabo il 90% delle yemenite ha subito molestie sessuali e il campo di battaglia è ancora una volta twitter e a colpi di cinguettii gli utenti ammettono l’esistenza del problema, ma non con una percentuale così alta come riportato dal giornalista autore dell’articolo, Ali Salim.

C’è @almuraisy che chiama al boicottaggio contro il giornale e  proponendo di discuterne con l’hashtag  #alhayatfail  indirizza un post al direttore del giornale, Jameel Theyabi : “Tutte le persone intelligenti sanno che il 90% è una percentuale inaccettabile anche per la più decadente delle società liberali.. “E ancora @im_abeer: “Fino a quando le yemenite saranno vittime di articoli infondati e sleali?….Non posso condividere la percentuale di violenza riportata nell’articolo. Si, le molestie verbali ci sono, ma non l’hanno subita il 90% delle yemenite”.

Molti anche i sostenitori. @MiSo0o0o0o dice:” Sfido qualunque uomo che contesta questo articolo a camminare per il suq o andare
all’Università, con il volto coperto e con indosso un abaya… solo dopo aver fatto questo può discutere di questa percentuale”. Ma c’è anche chi avanza proposte, come @NajlaAlhamad: “1. Cambiare la bassa considerazione che l’intera società ha delle donne; 2. Proporre leggi che fungano da deterrente per i molestatori 3. Proporre norme che proteggono le donne e tutelano la loro dignità”.

Il problema della violenza sulle donne non è certamente un problema recente. L’anno scorso Ghaidaa Motahar, blogger e attivista per i diritti umani, ha lanciato una campagna contro le molestie sessuali sulle donne nominata Safe Streets (vedi anche pagina Facebook).  Il video della campagna postato su youtube circa 5 mesi fa non ha riscosso un gran successo e conta finora circa 4mila visite, ma l’idea di sensibilizzare la comunità su un tema così complesso ha incontrato il favore delle donne yemenite.  L’utente twitter, @m_alnehmi, ha scritto: “Anche se la percentuale fosse appena del 10% tutti dovrebbero sostenere la campagna di Safe Street per fermare i molestatori”.

Il giornale al Hayat comunque si è scusato per l’alta percentuale attribuita alle vittime di molestie, ma spiega di aver rapportato i dati di uno studio regionale, su scala nazionale. Comunque il popolo della rete su una cosa è d’accordo: al di là delle percentuali il problema deve essere conosciuto e affrontato, iniziando dall’incorporare i valori della famiglia e il rispetto delle donne nel sistema educativo. Inoltre, il mondo arabo femminile deve mobilitarsi per l’approvazione di leggi a tutela delle donne.

Soltanto qualche settimana al Arabiya aveva parlato di molestie sessuali subite da alcune donne nello Yemen meridionale da parte di Ansar al Sharia (letteralmente ‘Sostenitori della Sharia’), militanti di al Qaeda. Le donne che non indossavano il velo sono state accusate dai miliziani di essere empie e responsabili della loro eccitazione, quindi hanno abusato di loro. Un ragionamento da folli che stesso le donne yemenite hanno avuto il coraggio di denunciare sul web. “Il velo è una scelta personale, nessuno ce lo può imporre”, ha detto un’insegnante Anessa Abdelaalem. Il gruppo Ansar al Sharia è inoltre stato accusato dalle autorità locali di aver gettato dell’acido addosso ad alcune ragazze per essersi rifiutate di rispondere ad alcune loro domande”. A parte questi casi estremi, che purtroppo però sono ancora molto frequenti, la percentuale di donne che subiscono violenza sessuale è alta. E non parliamo soltanto dello Yemen. In Italia quasi  il 12% delle donne subisce violenza.

BARBARA ALVINO
Questo articolo puoi trovarlo anche su Wild Italy

Gli arabi odiano le donne? Secondo un’attivista egiziana, si!

Le donne arabe hanno abboccato all’amo. L’esca era l’articolo di Mona Eltahawy, giornalista egiziana e attivista per i diritti umani, pubblicato su Foreign Policy nell’edizione dedicata alla sessualità e intitolato  “Perché gli uomini ci odiano?”. Alla richiesta avanzata da Eltahawy ai lettori di ammettere che gli uomini nel mondo arabo odiano le donne e che ad alimentare le violenze sia un mix tossico di cultura e religione, si è acceso il dibattito su Twitter. Molti i messaggi di apprezzamento dell’articolo: @moniaahmed “brillante”; @TheRobinMorgan “La maggior parte degli uomini nelle società patriarcali odiano le donne. Siamo bellissime quando siamo arrabbiate. Hai il mio supporto”; @elledahoneymoon “Sono fiera della tua forza, del tuo coraggio e della tua saggezza”. Ma molti altri quelli critici: @Thomas Sorlie “Se odi gli uomini come alcuni uomini odiano le donne, qual è la differenza? L’odio è odio. La maggior parte degli uomini in realtà amano”; @iranGBT “Mi ero chiesto quale fosse l’origine del tuo accento britannico. Ora lo so. Te l’ha dato la regina! Colonialista!”

Anche la scelta dell’immagine che accompagna l’articolo ha destato polemiche. Una donna nuda
dipinta di  nero, come a riproporre il burqa che lascia scoperti solo gli occhi, ha suscitato l’indignazione di alcune giornaliste arabe. La copertina “degrada e insulta ogni donna che indossi o abbia indossato il niqab.. e riduce a oggetto esotico e misterioso le donne arabe”, ha scritto Sama Errazouki che ha accusato Mona Eltahawy di non parlare a nome delle donne arabe. Anche la giornalista Nesrine Malik ha criticato l’autrice dell’articolo per aver ridotto il problema dell’odio contro le donne a una questione di genere: “Se le manifestanti egiziane arrestate sono state sottoposte a test di verginità, i loro compagni maschi sono stati sodomizzati”.

Per la maggior parte delle donne che sono intervenute nel dibattito, l’articolo di Mona Eltahawy è per lo più un appello ai lettori occidentali chiamati a salvare le donne arabe ridotte allo stereotipo “velo e imene”. Leila Ahmed, scrittrice e docente ad Harvard, fa presente che molte delle donne che hanno combattuto per i diritti umani al fianco degli uomini indossavano il velo come impegno verso l’Islam e che le “femministe di ogni religione hanno sempre dibattuto fieramente sulle ragioni chiave dell’oppressione delle donne”. Non resta che capire se il problema sia il razzismo, l’imperialismo, l’oppressione di classe, l’ignoranza o un mix di tutte queste ragioni?

Questo slideshow richiede JavaScript.

Barbara Alvino

Milano: dal 17 al 22 aprile in scena la Fiera del Mobile

22 aprile 2012 11 commenti

Giunta alla sua 51esima edizione la Fiera del mobile si riconferma l’evento internazionale di riferimento per il mondo dell’arredo.

La design-week milanese, che si svolge nel quartiere fieristico di Rho dal 17 al 22 aprile,  ospita il Salone Internazionale del Mobile, Euro Cucina/Salone Internazionale dei Mobili per Cucina, il Salone Internazionale del Bagno, il Salone Internazionale del Completamento d’Arredo eil Salone Satellite.

Con quasi 2500 espositori, l’evento ha finora accolto circa 150mila visitatori (300mila quelli previsti) di cui il 70 per cento stranieri-15mila cinesi e 12mila i brasiliani- che porteranno un guadagno al settore delturismo di circa 190 milioni di euro.

La novità di quest’anno è  il Salone Euro Cucina, unica manifestazione diriferimento del settore con circa 150 espositori e affiancata all’evento “FtkTechnology for the Kitchen”dedicato agli elettrodomestici da incasso e alle cappe d’arredo.

Alla sua 15esima edizione è giunto il Salone Satellite -quest’anno dedicato al “ Design<->Technology”-che coinvolge giovani e promettenti designer internazionali che espongono –oltre ai propri prodotti- anche uno o più prototipi inerenti alle categorie merceologiche delle biennali: Euro Cucina e il Salone Internazionale del Bagno.

Nell’ambito di questa esposizione, non poteva mancare un omaggio all’imprenditore informatico Steve Jobs con il catalogo in formato digitale ricco di immagini e informazioni sugli artisti, gratuitamente disponibile in App per iTunes Store.

Altri gli eventi che fanno da contorno a questa manifestazione.

Al Teatro dell’Arte della Triennale di Milano va in scena DesignDance -un progetto di Michela Marelli e Francesca Molteni- dove 456 oggetti didesign sono messi in movimento da attori, acrobati e danzatori.

Alla Biblioteca Pinanoteca Accademia Ambrosiana prenderà vita l’installazione libro cielo di Attilio Stocchi, un omaggio alla Milano romana e una riflessione sul nostro patrimonio letterario antico.

E infine il fuori salone, l’evento più amato dai milanesi.

Esposizioni di design e tecnologia, aperitivi e buffet in strada, mostre e installazioni riscaldano questa Milano uggiosa che, in barba alla crisi, è pronta a scommettere sul futuro.

Barbara Alvino

Questo articolo puoi anche trovarlo su Libero Reporter

Cie, accesso negato ai giornalisti e alle Ong

Open access now

Bahrein e il Gran Premio insanguinato

8 aprile 2012 1 commento

Che la maggior parte dei movimenti di protesta sfruttino la rete per raggiungere la comunità internazionale è noto, ciò che ora è una certezza è che se la mobilitazione è motivata, ben organizzata e portata avanti ad oltranza, il paese rischia l’isolamento. E’ ciò che sta accadendo in Bahrein dove, da più di un anno, alcuni manifestanti, supportati da centinaia di utenti Twitter, protestano contro la violazione dei diritti umani del regime di   tentando di bloccare il Gran Premio di Formula 1, previsto per il 22 aprile. Per Bernard Charles Eccleston, imprenditore britannico che ha trasformato la Formula 1 in un’entità commerciale altamente redditizia e direttore esecutivo della Formula One Management, la gara si svolgerà regolarmente. Stessa considerazione anche per lo sceicco Al-Khalifa, membro del Consiglio Fia e organizzatore del Gp, che ha aggiunto: “Non esistono garanzie assolute, neppure a Silverston”.

Nonostante la volontà del governo di Manama, capitale del Bahrein, di assicurare il corretto svolgimento dell’evento sportivo, i manifestanti hanno giurato che non si fermeranno e che faranno di tutto per impedire il Gp. Qualcosa di definitivo si saprà solo dopo la gara di Shangai, una settimana prima del Gp Bahrein.

In questi ultimi giorni scontri tra studenti sciiti e sunniti hanno avuto luogo proprio davanti all’università di Manama, vicino al circuito Shakir, e alcuni di loro indossavano la maglia della Ferrari. Gli utenti Twitter hanno scelto un hashtag solidale a Abdullhadi Khawaja, un attivista politico dell’opposizione, condannato all’ergastolo per aver tentato di rovesciare il regime. Ed è proprio dal suo account Twitter che è stato lanciato l’hashtag #BloodyF1 e #noF1 e in poche ore è diventato il tag più diffuso tra gli utenti del social network in Bahrein. L’utente @asoolalsayed ha detto: “Non supporto il #bloodyF1 perché manda un messaggio sbagliato. Non è tutto ok in Bahrein e la gente soffre quotidianamente” e ancora @Romi14feb: “non avremo mai abbastanza attenzione dei media e se supportate il Gp state mancando di rispetto ai nostri martiri e ai prigionieri”. Altri utenti hanno postato foto di scontri tra polizia e manifestanti per denunciare gli abusi di violenza da parte delle forze dell’ordine. E’ da quando sono iniziate le proteste contro la monarchia sunnita degli al Khalifa che i manifestanti chiedono la cancellazione dell’evento e già l’anno scorso la gara era stata annullata.

Nonostante le promesse del re di riportare la città alla normalità, la situazione è peggiorata. Gli scontri in Bahrein erano iniziati più di un anno fa e a un’iniziale compattezza con i sunniti nell’invocare riforme politiche, è seguita una connotazione più religiosa della protesta che ha visto in prima linea la comunità sciita, maggioritaria nel paese governato dalla dinastia sunnita al Khalifa. Gli sciiti accusano la casa reale di discriminazione e di voler rovesciare la composizione demografica attraverso la concessione della cittadinanza agli immigrati sunniti.

Barbara Alvino

Questo articolo puoi anche trovarlo su Dgtvonline

Campagna israeliana su Facebook. Il motto: “Iraniani vi amiamo”

22 marzo 2012 9 commenti

La campagna israeliana “Iraniani vi amiamo, non bombarderemo il vostro paese”, partita dai due grafici Roni Edri e Michael Tamir,  ha raggiunto lo scopo prefissato: il messaggio è giunto a destinazione. Sono stati centinaia gli utenti iraniani che hanno condiviso su Facebook il post e il logo: “Non vi bombarderemo mai. Noi vi amiamo” e hanno risposto al messaggio d’amore. L’intenzione, ha spiegato uno degli ideatori della campagna, è superare lo scontro politico che vede fronteggiarsi i due Stati, ma non i due popoli.

Roni da Tel Aviv ha scritto: “A tutti i padri, le madri, i bambini, i fratelli e le sorelle. Se ci deve essere una guerra tra noi, dapprima dobbiamo aver paura l’uno dell’altro e poi dobbiamo odiarci. Ma io non vi temo, né vi odio. Neanche vi conosco. Nessun iraniano mi ha mai fatto del male, anzi non l’ho mai neanche incontrato un iraniano (..) soltanto uno, in un museo a Parigi. Un altro l’ho visto qualche volta in tv e parlava della guerra, ma non credo che parlasse a nome del popolo iraniano. Allo stesso modo, se vedi qualcuno in Tv che parla di guerra e di bombardamenti, sii certo che non rappresenta la popolazione israeliana”.

Immediata la risposta di un’iraniana: “Ho appena letto il tuo bellissimo messaggio sui miei concittadini. Mi ha scaldato il cuore e mi ha fatto venire le lacrime agli occhi. Voglio dirti che noi iraniani pensiamo lo stesso, vogliamo solo la pace. Noi odiamo la guerra e i massacri, siamo parte di un solo corpo (…). Mi sono sempre chiesta se voi ragazzi israeliani odiate noi iraniani perché sono sicura che il vero volto dell’Iran non vi sia stato mostrato. L’unica cosa che ci importa è il vostro gran cuore, non la cultura (..), religione o il vostro paese di appartenenza.

Laddove l’arte della diplomazia non ha raggiunto alcun obiettivo, se non quello di inasprire i rapporti tra i due paesi, i giovani sono riusciti con i pochi, ma efficienti mezzi a loro disposizione, a dialogare e a trovare un punto di intesa. Quel volto della popolazione che non è mai stato mostrato all’altro, si diffonde adesso attraverso Facebook sfidando le ripercussioni dei relativi governi. Mentre Israele e Iran si contendono gli interessi geopolitici del Medio Oriente, i due popoli si uniscono e alzano bandiera bianca.

Barbara Alvino

Siria. Clinton: “Se armiamo i ribelli siriani sosterremo al Qaeda e Hamas?”

28 febbraio 2012 Lascia un commento

Il segretario di Stato americano, Hillary Clinton, in un’intervista alla Cbs ha detto di essere contraria ad armare i ribelli siriani, dopo il sostegno espresso da al Qaeda e Hamas agli oppositori al regime di Bashar al Assad durante l’incontro a Tunisi degli ‘Amici della Siria’. Gli Stati Uniti temono che le dimissioni del presidente siriano possano cambiare radicalmente l’assetto geopolitico della zona, a svantaggio dell’occidente.

Il gruppo ‘Amici della Siria’- che comprende almeno 60 paesi- ha deciso di inasprire le misure contro il governo di Damasco e di procedere a un’interdizione dei viaggi di esponenti del regime, al congelamento dei loro beni, al blocco degli acquisti di idrocarburi siriani e alla riduzione dei legami diplomatici con il regime siriano. Inoltre è stata anche appoggiata la proposta della Lega Araba di dispiegare un contingente di peacekeeping, composto da forze arabe e caschi blu dell’Onu, e di riconoscere il Consiglio Nazionale siriano (Cns) come ‘rappresentante legittimo dei siriani’.

La proposta di sostenere militarmente l’opposizione è stata avanzata principalmente da Arabia Saudita e Qatar che si sono detti d’accordo a rafforzare le sanzioni contro Damasco, ma hanno ribadito che l’unica soluzione alla crisi siriana sono è rimuovere il presidente dalla guida del Paese. Una proposta diversa è stata avanzata invece dal nuovo presidente tunisino Moncef Marzouki, che ha sostenuto l’idea dello dispiegamento di forze di peacekeeping avanzata dalla Lega Araba, ma con la garanzia dell’immunità giudiziaria estesa a tutta la famiglia Assad.  L’Europa sceglie invece la tattica dell’isolamento e proprio ieri sono state accordate nuove sanzioni al regime siriano: congelamento dei beni della banca centrale di Damasco, il divieto di ingresso nell’Unione Europea a 150 persone e l’accesso ai voli commerciali di provenienza siriana.

Se da un lato le potenze mondiali tentano di fermare la guerra civile in Siria, dall’altro il ministro dell’interno siriano, Ibrahim al Shaar, ha fatto sapere che il referendum per la nuova Costituzione ha ricevuto l’89,4% dei voti, con un’affluenza di quasi il 60% degli aventi diritto. Il punto decisivo della nuova Carta è l’articolo 8 che garantisce il pluralismo partitico e mette fine al monopolio del partito Baath. Il presidente è eleggibile per un massimo di due turni di sette anni l’uno che inizieranno al termine del mandato di Assad nel 2012. L’articolo 60 stabilisce invece che la metà dei parlamentari dovrà essere composta da ‘lavoratori e contadini’ -principali sostenitori dell’economia agricola- al posto della media industria.

Barbara Alvino

Questo articolo puoi trovarlo anche su Dgtvonline

Marocco. Offendere Dio è possibile, ma criticare il re no

16 febbraio 2012 Lascia un commento

I cyber attivisti marocchini si mobilitano in difesa della libertà di espressione dopo l’arresto di Abdelsamad Haydour, studente di Taza,  che ha osato criticare re Muhammad VI e il suo staff in un video postato su Youtube. Il giovane 24enne è stato condannato a tre anni di carcere e al pagamento di una multa di 1.200 dollari perché, secondo il giornale di Stato ‘Map’, avrebbe ‘leso i valori sacri della nazione’. Ma per il giornale online Bladi.net e l’Associazione marocchina dei diritti umani (AMDH) le cose stanno diversamente. La libertà di espressione, pensiero e opinione è un diritto sancito dalla Costituzione e pertanto il giovane non ha commesso alcun reato e, inoltre, il processo si sarebbe svolto in modo irregolare: all’imputato non è stata concessa l’assistenza legale prevista dalla legislazione marocchina.

Blogger e utenti della rete si sono detti pronti a difendere la libertà di espressione e hanno dedicato centinaia di tweets all’argomento. @Basta: “In Marocco offendere Dio non comporta l’arresto, ma diffamare il re si!”; @Burrito_SB ha scritto: “Quante persone dovranno essere ancora arrestate solo perché esprimono la loro opinione? E’ chiaro che in Marocco niente è cambiato”. Una situazione che peggiora di giorno in giorno ricorda  @Charquauoia: “Dopo la nuova Costituzione non so più quante persone sono state arrestate per aver espresso le loro idee”.

Il Marocco è sì un’economia in crescita, ma ha un tasso di disoccupazione pari al 9,8% (Dati Indexmundi) e sono soprattutto i laureati a rimanere inoccupati. Soltanto un mese fa alcuni studenti avevano occupato per alcune settimane un edificio dell’Università di Rabat e quattro di questi si erano dati fuoco sotto lo sguardo della folla (Video). Uno di loro morì.

L’Ati in Cassazione: “No alla censura dei siti pornografici”

3 febbraio 2012 1 commento

L’Agenzia Tunisina di Internet (Ati) ha fatto ricorso in Cassazione per annullare la sentenza della Corte di appello di Tunisi -dello scorso 26 maggio- che imponeva il blocco dei siti pornografici perché minacciano l’integrità morale dei minori e non sono conformi ai valori religiosi tunisini.  L’Ati, l’agenzia preposta al controllo,  ha già detto che cercherà di convincere la Corte che la censura non è la soluzione è che esiste un’alternativa. Il presidente dell’Ati, Moez Chakchouk, ha detto che verrà proposto un blocco che agisce direttamente sul sistema operativo e gestibile dall’utente così da sollevare dall’incarico di ‘filtraggio’ i cinque fornitori dei servizi internet (Globalnet, Hexabyte, Orange Tunisie, Topnet, Tunet) che temono possa rallentare il traffico e quindi la qualità dei servizi.

Il nuovo presidente tunisino, Moncef Marzouki, in un’ intervista pubblicata su Youtube, ha parlato dell’esigenza di porre dei limiti alla libertà di espressione: “misure che non devono fare da apripista alla censura e che devono essere condivise perché necessarie”. Ma in un’altra intervista, in piena campagna elettorale, Marzouki si era detto favorevole alla libertà di espressione di cui condivideva anche gli aspetti più negativi e aveva detto di essere contro la censura e il controllo della rete. Un bel cambio di passo per il nuovo presidente tunisino che in pochi mesi sembra voglia ripercorrere la stessa strada del regime precedente. Il governo di Ben Ali investiva circa 600mila euro ogni anno per il ‘filtraggio’del web e aveva affidato  alla Microsoft il compito di formare gli ufficiali di governo e i dirigenti dei ministeri della Giustizia e dell’Interno sulla sorveglianza della rete, con particolare attenzione al mondo dei social. Vero è che dopo la caduta del regime è stato possibile accedere liberamente a Youtube, Twitter e Myspace, ma la piattaforma utilizzata dal governo per bloccare i siti esiste ancora. Secondo un rapporto di OpenNet, gli strumenti di ‘filtraggio’ come Websense, SmartFilter –che è quello usato dal governo tunisino- e Netsweeper, rendono più facile la censura da parte dei governi perché non blocca individualmente gli indirizzi url, ma le intere categorie.

Anche l’organizzazione Reporter Senza Frontiere (Rsf) aveva detto di essere “preoccupata per il ritorno a pratiche dell’era Ben Ali” e teme che il blocco non sia che il preludio della censura di altri tipi di contenuti. Ha inoltre ricordato che il filtraggio dei contenuti online è in netta contraddizione con la neutralità della rete e con la libertà di espressione sostenuta in campagna elettorale dai diversi schieramenti politici tunisini.

Barbara Alvino

Questo articolo puoi trovarlo anche su Dgtvonline

Amazzoni d’Africa: il Benin delle Donne

22 novembre 2011 8 commenti

In occasione della Giornata Mondiale contro la Violenza sulle Donne, si svolgerà presso il Palazzo delle Arti di Napoli dal 26 novembre al 3 dicembre, la mostra fotografica “Amazzoni d’Africa: il Benin delle Donne”: una rassegna artistica, curata da Adelaide Di Nunzio, che LTM, ONG di cooperazione internazionale allo sviluppo, dedica all’empowerment di genere.
Così come le temibili guerrigliere dell’antico Regno del Dahomey, anche le coraggiose donne beninesi di oggi rivestono un ruolo primario nella struttura economica e sociale del paese purtroppo, ancora lontano dalla tutela dei diritti e delle potenzialità delle donne.
La mostra è realizzata nell’ambito del progetto di LTM Ong “Educazione allo Sviluppo: strategie territoriali per una sfida globale”, co-finanziato dall’Unione Europea, con il patrocinio del Comune di Napoli. Il progetto mira alla costruzione di un processo partecipativo di tutte le componenti della società civile ed istituzionale campana per il raggiungimento dei Millennium Development Goals. E’ stato inaugurato con il coinvolgimento di Adelaide Di Nunzio e di un gruppo di operatori di comunicazione e arti visive, cui è stato affidato il delicato compito di veicolare un messaggio di lotta alla povertà.
L’inaugurazione de “Amazzoni d’Africa: il Benin delle Donne” si terrà sabato 26 novembre alle 18:00 al PAN: il vernissage ospiterà performance di Eugenio Bennato e di Cristina Donadio.
Le società in cui le donne non godono degli stessi diritti degli uomini non riusciranno a raggiungere lo sviluppo in modo sostenibile. La povertà ha un volta di donna. La dignità anche.
Nota del critico: “Verità & Bellezza, potrebbe funzionare come sottotitolo allo splendido face to face con le donne che Adelaide Di Nunzio conduce già da un po’ di tempo. Con un mix calibrato di essenzialità stilistica e rigoglio visivo, presenza dell’immagine e racconti (perché c’è sempre un prima e un dopo scatto che nella nostra mente si aziona, e anche un’attesa più generale, tipo “narrate donne la vostra storia”), Adelaide mette in fila e in festa l’Africa sotto forma di figure femminili.” prof. Marco Di Capua (docente di Storia dell’Arte all’Accademia di Belle Arti di Napoli)
Nota sugli 8 Obiettivi di Sviluppo del Millennio:
Nel settembre del 2000, le Nazioni Unite emanarono la Dichiarazione del Millennio. Tutti gli Stati si sono impegnati per il raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio entro il 2015: 8 priorità per liberare ogni essere umano dalla “condizione abietta e disumana della povertà estrema”. Nel settembre del 2011, degli 1,3 miliardi di persone che vivono in povertà nel mondo, il 70% è costituito da donne. Ogni singolo Obiettivo di Sviluppo del Millennio è direttamente collegato ai diritti delle donne.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: