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Siria. Clinton: “Se armiamo i ribelli siriani sosterremo al Qaeda e Hamas?”

28 febbraio 2012 Lascia un commento

Il segretario di Stato americano, Hillary Clinton, in un’intervista alla Cbs ha detto di essere contraria ad armare i ribelli siriani, dopo il sostegno espresso da al Qaeda e Hamas agli oppositori al regime di Bashar al Assad durante l’incontro a Tunisi degli ‘Amici della Siria’. Gli Stati Uniti temono che le dimissioni del presidente siriano possano cambiare radicalmente l’assetto geopolitico della zona, a svantaggio dell’occidente.

Il gruppo ‘Amici della Siria’- che comprende almeno 60 paesi- ha deciso di inasprire le misure contro il governo di Damasco e di procedere a un’interdizione dei viaggi di esponenti del regime, al congelamento dei loro beni, al blocco degli acquisti di idrocarburi siriani e alla riduzione dei legami diplomatici con il regime siriano. Inoltre è stata anche appoggiata la proposta della Lega Araba di dispiegare un contingente di peacekeeping, composto da forze arabe e caschi blu dell’Onu, e di riconoscere il Consiglio Nazionale siriano (Cns) come ‘rappresentante legittimo dei siriani’.

La proposta di sostenere militarmente l’opposizione è stata avanzata principalmente da Arabia Saudita e Qatar che si sono detti d’accordo a rafforzare le sanzioni contro Damasco, ma hanno ribadito che l’unica soluzione alla crisi siriana sono è rimuovere il presidente dalla guida del Paese. Una proposta diversa è stata avanzata invece dal nuovo presidente tunisino Moncef Marzouki, che ha sostenuto l’idea dello dispiegamento di forze di peacekeeping avanzata dalla Lega Araba, ma con la garanzia dell’immunità giudiziaria estesa a tutta la famiglia Assad.  L’Europa sceglie invece la tattica dell’isolamento e proprio ieri sono state accordate nuove sanzioni al regime siriano: congelamento dei beni della banca centrale di Damasco, il divieto di ingresso nell’Unione Europea a 150 persone e l’accesso ai voli commerciali di provenienza siriana.

Se da un lato le potenze mondiali tentano di fermare la guerra civile in Siria, dall’altro il ministro dell’interno siriano, Ibrahim al Shaar, ha fatto sapere che il referendum per la nuova Costituzione ha ricevuto l’89,4% dei voti, con un’affluenza di quasi il 60% degli aventi diritto. Il punto decisivo della nuova Carta è l’articolo 8 che garantisce il pluralismo partitico e mette fine al monopolio del partito Baath. Il presidente è eleggibile per un massimo di due turni di sette anni l’uno che inizieranno al termine del mandato di Assad nel 2012. L’articolo 60 stabilisce invece che la metà dei parlamentari dovrà essere composta da ‘lavoratori e contadini’ -principali sostenitori dell’economia agricola- al posto della media industria.

Barbara Alvino

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L’Ati in Cassazione: “No alla censura dei siti pornografici”

3 febbraio 2012 1 commento

L’Agenzia Tunisina di Internet (Ati) ha fatto ricorso in Cassazione per annullare la sentenza della Corte di appello di Tunisi -dello scorso 26 maggio- che imponeva il blocco dei siti pornografici perché minacciano l’integrità morale dei minori e non sono conformi ai valori religiosi tunisini.  L’Ati, l’agenzia preposta al controllo,  ha già detto che cercherà di convincere la Corte che la censura non è la soluzione è che esiste un’alternativa. Il presidente dell’Ati, Moez Chakchouk, ha detto che verrà proposto un blocco che agisce direttamente sul sistema operativo e gestibile dall’utente così da sollevare dall’incarico di ‘filtraggio’ i cinque fornitori dei servizi internet (Globalnet, Hexabyte, Orange Tunisie, Topnet, Tunet) che temono possa rallentare il traffico e quindi la qualità dei servizi.

Il nuovo presidente tunisino, Moncef Marzouki, in un’ intervista pubblicata su Youtube, ha parlato dell’esigenza di porre dei limiti alla libertà di espressione: “misure che non devono fare da apripista alla censura e che devono essere condivise perché necessarie”. Ma in un’altra intervista, in piena campagna elettorale, Marzouki si era detto favorevole alla libertà di espressione di cui condivideva anche gli aspetti più negativi e aveva detto di essere contro la censura e il controllo della rete. Un bel cambio di passo per il nuovo presidente tunisino che in pochi mesi sembra voglia ripercorrere la stessa strada del regime precedente. Il governo di Ben Ali investiva circa 600mila euro ogni anno per il ‘filtraggio’del web e aveva affidato  alla Microsoft il compito di formare gli ufficiali di governo e i dirigenti dei ministeri della Giustizia e dell’Interno sulla sorveglianza della rete, con particolare attenzione al mondo dei social. Vero è che dopo la caduta del regime è stato possibile accedere liberamente a Youtube, Twitter e Myspace, ma la piattaforma utilizzata dal governo per bloccare i siti esiste ancora. Secondo un rapporto di OpenNet, gli strumenti di ‘filtraggio’ come Websense, SmartFilter –che è quello usato dal governo tunisino- e Netsweeper, rendono più facile la censura da parte dei governi perché non blocca individualmente gli indirizzi url, ma le intere categorie.

Anche l’organizzazione Reporter Senza Frontiere (Rsf) aveva detto di essere “preoccupata per il ritorno a pratiche dell’era Ben Ali” e teme che il blocco non sia che il preludio della censura di altri tipi di contenuti. Ha inoltre ricordato che il filtraggio dei contenuti online è in netta contraddizione con la neutralità della rete e con la libertà di espressione sostenuta in campagna elettorale dai diversi schieramenti politici tunisini.

Barbara Alvino

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