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Archive for the ‘Medio Oriente’ Category

Il Pakistan concede altri sei mesi ai rifugiati afgani

17 dicembre 2012 3 commenti

Il Pakistan concede altri sei mesi ai rifugiati afgani  di redazioneIl governo di Islamabad ha prorogato di sei mesi lo status di rifugiato per oltre un milione di afgani fuggiti in Pakistan a causa della guerra. Una decisione che ha rassicurato migliaia di persone il cui visto scadeva a fine mese e che hanno paura di tornare in Afghanistan. Il problema però è soltanto rinviato alla fine della prossima primavera. Continua a leggere su Pagina404.

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Gli alleati sostengono Assad, ma per l’Occidente è spacciato

17 dicembre 2012 Lascia un commento

carlos-latuff-6391Dopo il riconoscimento statunitense ed europeo del Consiglio Nazionale siriano, che da oltre un anno si oppone militarmente al governo del presidente Bashar al Assad, anche l’Europa punta a una transazione pacifica del potere. Al vaglio del Consiglio europeo c’è la possibilità di avviare forniture militari ai ribelli. Per ora, la Nato ha deciso l’invio nel sud della Turchia di batterie di missili anti-missile Patriot. Da Mosca, confermato il sostegno al regime Assad e la decisione di sconfessare il suo viceministro degli Esteri, Mikhail Bogdanov, dopo che aveva parlato della possibilità della vittoria delle forze di opposizione al regime. Tra le fila dei ribelli, combattenti stranieri che provengono dal Medio Oriente e dal Nord Africa. La popolazione teme che il dopo Assad (oramai vicino) possa avere un risvolto non così democratico come promesso . La rassegna stampa dei giornali siriani e libanesi su Pagina404.

Arabia Saudita. Le atlete possono partecipare alle olimpiadi, ma nel rispetto della sharia

17 luglio 2012 2 commenti

Le atlete saudite parteciperanno alle Olimpiadi di Londra 2012, ma dovranno farlo nel pieno rispetto della legge islamica. Lo ha deciso oggi il governo di Ryadh nel tentativo di mettere fine all’infinta querelle scoppiata tra l’organizzazione per i diritti umani, Human Rights Watch (HRW), e la monarchia di re Abdullah che, inizialmente, non aveva consentito alle sue atlete di partecipare ai Giochi olimpici. “Le atlete dovranno indossare abiti modesti, non allontanarsi mai dai loro accompagnatori e non potranno mischiarsi con gli uomini durante i Giochi”, ha detto il principe Nawaf bin Faisal al giornale Al Jazirah. Il Comitato Olimpico internazionale (in inglese IOC), di cui Faisal è il presidente, era stato sollecitato da HRW a escludere il paese arabo dalla competizione per le sue politiche discriminatorie e per aver violato i principi della Carta Olimpica. Lo Statuto stabilisce che lo scopo dei giochi è di incoraggiare e supportare la promozione delle donne nello sport a tutti i livelli e in tutte le strutture così da favorire il principio di uguaglianza tra uomo e donna.

Soltanto due settimane dall’inizio delle Olimpiadi, il giornale pan arabo di proprietà saudita Al Sharq al Awsat aveva detto che nessuna donna si era qualificata nei tre campi: atletica, pesistica e ippica. Oggi sembra che tante siano le atlete saudite che desiderano e meritano di gareggiare ai giochi olimpici di Londra 2012. L’Arabia Saudita, il Qatar e il Brunei sono gli unici tre paesi al mondo che non hanno mai inviato atlete alle Olimpiadi.

Barbara Alvino

Tedeschi tra le fila di al Qaeda

Sempre più tedeschi musulmani diventano jihadisti. A rivelarlo è l’agenzia di stampa tedesca Deutche Welle (DW) che in una recente inchiesta ha dimostrato che, sebbene i casi siano ancora pochi, il numero degli aspiranti guerriglieri islamici è destinato a crescere. Secondo i servizi di sicurezza tedeschi, dagli inizi degli anni ’90 almeno235 tedeschi hanno ricevuto un addestramento paramilitare da movimenti terroristici islamici; secondo ilgiornale Dw, al momento sarebbero circa 100 le persone coinvolte negli addestramenti militari, circa la metà rimpatriate e almeno una decina arrestate.

I servizi segreti prendono la cosa molto sul serio e temono che, se tornassero in patria, questi uomini potrebbero essere coinvolti in attività pericolose per la sicurezza nazionale. Dw ha fatto sapere che alcuni esponenti del Sauerland Group, responsabili degli attentati alle strutture statunitensiin Germania, avevano frequentato campi di addestramento militare in Pakistan, dove sarebbero stati pianificati gli assalti.

L’agenzia DW ha parlato anche dei video propaganda, citando il caso dei fratelli marocchini Mounir e Yassin C di Bonn che hanno postato video in tedesco in cui invitavano a uccidere giornalisti e attivisti del partito diultra destra NRW (German Citizens’ Movement). Per molti i video possono apparire assurdi e drammatici, ma in alcuni casi hanno raggiunto lo scopo prefissato. E’ il caso di Arid U., il kosovaro che sparò a morte i due soldati americani e ne ferì altri due all’aeroporto di Francoforte nell’aprile 2011, influenzato da alcuni video di Mounir che incitavano al massacro. “Al Qaeda e i suoi seguaci hanno creato un genere di film-propaganda”, ha detto Asiem El Difraoui,autore di uno studio sul ruolo della propaganda online per la FondazionePolitica ed Economica dell’Istituto Tedesco per gli Affari internazionali e della Sicurezza. Questi film propongono una visone romanzata della vita nei campi di addestramento, con una spaventosa raffigurazione delle sofferenze dei civili musulmani e la glorificazione del martirio.

“Ricercatori norvegesi hanno studiato il profilo di centinaia di simpatizzanti jihadisti e hanno concluso che ognuno di loro è un utente assiduo di siti di propaganda islamica e sono stati soprattutto i film a influenzarli”, ha detto El Difraoui. Per fermare questo “turismo jihadista”, laGermania porta avanti delle offensive militari nei campi di addestramento dal2009, ma la repressione non è mai una soluzione a lungo termine ed è questo sui cui sta lavorando il Centro per la Cultura Democratica di Berlino. Spesso sono gli stessi genitori che si rivolgono al Centro preoccupati per l’interesse deiloro figli al terrorismo islamico.

La prima destinazione per i giovani jihadisti tedeschi è ilWaziristan in Pakistan, ma i servizi segreti ritengono che anche la Somalia possa diventare un punto di approdo per gli aspiranti combattenti, dove alQaeda con il supporto dei militanti di al Shabab sta facendo guerra al già fragile governo.

Barbara Alvino

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Egitto. In piazza contro la violenza sulle donne

5 luglio 2012 1 commento

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Egitto. In piazza contro la violenza sulle donne

Le egiziane non possono più stare a guardare e con la manifestazione di ieri hanno voluto dire basta alle molestie sessuali sulle donne. Uniti dal grido “quando è troppo, è troppo” i manifestanti sono scesi in piazza perché, hanno detto, “la violenza femminile un problema troppo grande per essere ignorato ed è una piaga sociale”. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata l’aggressione a piazza Tahrir subita da una giornalista Natasha Smith che, giunta nella piazza simbolo della rivoluzione egiziana per prendere parte ai festeggiamenti per il neo-eletto presidente Mohamed Morsi, è stata aggredita e molestata. Aveva denunciato l’accaduto sul suo blog con un post dal titolo ‘Please God. Please make it stop’: “Centinaia di persone mi tiravano da una parte all’altra. Mi graffiavano e mi stringevano il petto e infilavano le loro dita ovunque.. Le donne piangevano e mi dicevano che non era questo l’Egitto, non era questo l’Islam. Le ho rassicurate dicendo loro che amo il loro Paese, la cultura, il popolo e la natura pacifica e moderata dell’Islam..”.

Soltanto a febbraio dell’anno scorso, durante i festeggiamenti per la caduta del presidente Hosni Mubarak, un’altra giornalista, Lara Logan, fu molestata. L’accaduto attirò l’attenzione dei media internazionali e di tutta la blogosfera e -così come avvenuto anche con l’ultima aggressione di Natasha Smith- l’ira di chi combatte ogni giorno per far sì che la propria società islamica si evolva e che non sia sinonimo di arretratezza e di misoginia. Recentemente, proprio una manifestazione organizzata per denunciare il problema degli abusi sulle donne è terminata con un’aggressione di massa ai manifestanti. Secondo alcune ONG che si battono per i diritti umani in Egitto, l’aumento delle molestie sessuali servono da deterrente per intimidire le donne e limitare la loro partecipazione alla vita pubblica.

BA

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Giordania. No legge 308: “Sposa il tuo stupratore per salvarlo dalla pena di morte”

Era marzo di quest’anno quando Amina Fali, una marocchina di 16 anni, si è suicidata dopo essere stata costretta dalla famiglia a sposare il suo violentatore. Dopo l’appello lanciato online dalle donne marocchine con lo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica e di coinvolgere tutte coloro che subiscono gli stessi abusi, i cittadini giordani si sono uniti in un coro di protesta. L’ultimo è il caso di una giovane 15enne costretta dalla famiglia a sposare il suo stupratore , salvandolo così dalla pena di morte. E’ la legge 308 del codice penale giordano a consentirlo: “Se lo stupratore accetta di sposare la sua vittima, è salvo”. Una violazione dei diritti umani che rischia di riportare indietro di secoli il paese, consentendo agli stupratori di farla franca e di continuare ad abusare delle loro vittime anche durante il matrimonio.

Con l’hashtag #جريمة308 (#Crime308) gli utenti Twitter e Facebook, giordani e non, hanno dato il via alla campagna di sensibilizzazione nel tentativo di portare il caso a conoscenza della comunità internazionale e di guadagnare consensi per l’abrogazione della legge attraverso il raggiungimento di 20mila firme. Con la petizione, i cittadini giordani chiedono che il reato di stupro sia esteso anche agli uomini che subiscono violenza e che siano punite tutte quelle forme che un atto sessuale imposto può avere. I sostenitori della campagna #Crime308 hanno scritto in homepage: “Ci opponiamo a una normativa che prevede una riduzione di pena per i criminali e legalizza il disinteresse verso i diritti delle vittime e della società stessa”.

Per @abdashhab: il crimine 308 è “l’arte di distruggere l’onore e il futuro di una donna, così come la dignità della sua famiglia. Si inizia con il calpestare la società e si finisce con il liberare il criminale”. Anche il direttore esecutivo del Centro giordano per il Gratuito Patrocinio, -dietro l’account @hadilaziz– ha scritto: “Non lasceremo che le vittime siano punite e gli stupratori siano liberi. Cambieremo il codice penale”;@Raffoul ha scritto: “la 308 affronta i problemi del dopo-stupro, cominciamo a prevenire questo atto inasprendo le pene”.

La campagna contro l’articolo 308 è riuscita in poco tempo ad attirare l’attenzione dei media e a raccogliere oltre 2mila firme. C’è ancora tanto da fare e in rete c’è chi invoca l’intervento della regina Rania, da sempre attiva nel sociale, ma forse più vicina ai problemi del resto del mondo che del suo paese.

Barbara Alvino

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Campagna #nodrone in Yemen

Non si ferma l’offensiva dell’esercito yemenita supportato dai droni Usa, gli aerei senza pilota, contro i miliziani di al Qaeda. Soltanto ieri sono morte 16 persone nella provincia di Abiyan, nel sudde llo Yemen, portando a trenta gli strike che negli ultimi tre anni hanno fattocirca 250 morti. Per alcuni attivisti  locali, questa ‘guerra dei droni’ è inutile perché alimenta il terrorismo e l’estremismo e fa strage di innocenti.

Era questo il motivo per cui l’amministrazione Obama, contraria all’implementazione di regole più blande nella gestione degli attacchi aerei, aveva chiesto alla Cia di limitarsi ad assassinare i militantiche minacciano di portare a termine attentati terroristici in territorio americano. La nuova strategia messa a punto dal direttore della Cia, DavidePetraeus, e parzialmente accolta da Obama, prevede la possibilità per i droni di colpire presunti militanti islamici di cui gli Usa non conoscono neanche l’identità, come già avviene nelle aree tribali del Pakistan.

Di recente Jeremy Scahill, giornalista investigativostatunitense, ha criticato l’uso degli aerei senza pilota in Yemen, Pakistan e in Somalia e in un documentario trasmesso da al Jazeera -America’s DangerousGame- ha chiesto agli Usa se, con le loro azioni, stavano creando più nemici diquanti ne uccidessero. Secondo l’ex ambasciatrice americana a Sana’a, Barbara Bodine, sull’uso dei droni Usa in Yemen non si registra una reazione così negativacome quella registrata in Pakistan”. Ma è evidente che alla diplomatic aamericana è sfuggito qualcosa.

Il 13 maggio –giorno in cui il consulenteantiterrorismo dell’amministrazione Obama, John O. Brennan, ha incontrato il presidente yemenita Abdu Rabbu Mansour Hadi- è stata lanciata una campagna su Twitter per condannare la guerra dei droni in Yemen. Scrivono con l’hashtag #nodrones ehanno chiesto a tutta la comunità internazionale e agli utenti dellablogosphera di sostenere la loro campagna. Un grido di aiuto arriva da @A4Mai chescrive: “Fermati un momento e grida con noi: No alla legge della giungla, noagli omicidi senza processo, no alla morte di civili innocenti”. E ancora, rivolgendosi direttamente a Brennan: “Togli le tue mani dallo Yemen, leva ituoi droni dal nostro cielo. Cittadini yemeniti”; e infine: “Caro Brennan, latua politica è stata un fallimento in Pakistan, perché sperimentarla in Yemen?”.Altri cittadini yemeniti dicono di essere contro il terrorismo “ma la guerradei droni lo alimenta”. Così scrive @WomanfromYemen: “Sono contro il terrorismo,l’estremismo e i droni. E’ tutto contro produttivo e alimenta l’estremismo” eancora: “Stiamo dicendo che non vogliamo droni né presenza militare in Yemen. Idroni non sradicando i miliziani, anzi ne intensificano la presenza!”. Anche una giornalista francese Benjamin Wiacek, di base in Yemen, ha confermato che id roni creano maggiori estremismi e risentimenti e non migliorano affatto la situazione.

Il rischio in tutta questa storia èche gli Stati Uniti finiscano per prendere parte a una guerra civile, ovviamente dalla parte del governo. I presunti terroristi sono guerriglieriarmati che si battono contro il governo centrale e che non necessariamente fannoparte di gruppi integralisti. Tuttavia tutti questi miliziani sono consideratidagli Stati Uniti un pericolo per la sicurezza nazionale americana anche se il loro obiettivo è più il governo yemenita che quello statunitense.

Barbara Alvino

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